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Uscire dalla crisi con Keynes

26 Feb

Sempre tratto dal Keynes blog: Uscire dalla crisi con Keynes

“Pubblichiamo un testo divulgativo che riassume i principi fondamentali del pensiero economico keynesiano e affronta alcune delle tematiche legate alla situazione attuale, in particolare riguardo la moneta unica europea. Il testo contiene inoltre alcune indicazioni di stampo keynesiano su come uscire dalla crisi economica.”

Riporto due estratti del testo che riguardano il problema della disoccupazione e l’importanza dell’intervento statale nella lotta alla crisi.

I livelli stabili di disoccupazione
I difetti lampanti della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi
– John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

Keynes aveva un assillo: impiegare tutta la forza lavoro nella produzione. In altre parole la piena occupazione. Negli anni ‘30 enormi file di disoccupati andavano a ritirare il sussidio; Keynes si chiedeva come potesse accadere che nessuno si preoccupasse di far produrre qualcosa a quei lavoratori, piuttosto che pagare loro una piccola cifra per non fare nulla. Non era solo ingiusto per loro, era uno spreco per l’intera società.
Fino ad allora però nessuno aveva spiegato come fosse possibile l’assenza di piena occupazione, ovvero che tutti coloro che cercavano un lavoro potessero trovarlo. La teoria economica classica non prevedeva una possibilità del genere. Essa sosteneva che il mercato, da solo, avrebbe riportato la situazione alla piena occupazione. Ma questo non si vedeva negli anni
della Grande Depressione. Non c’era nessun “rimbalzo”, ma una disoccupazione persistente.
Gli economisti classici indicarono quindi nei sindacati i responsabili della disoccupazione: i lavoratori non accettavano salari più bassi in modo che le aziende potessero ridurre i propri costi, favorendo la ripresa. Keynes sostenne che la critica non era fondata: “Non è chiaramente sostenuta dai fatti l’opinione che la disoccupazione che caratterizza uno stato di depressione sia dovuta al rifiuto da parte dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari. […] I lavoratori non sono affatto più esigenti nella depressione che nella prosperità, al contrario […] Questi fatti dell’esperienza costituiscono un primo motivo per mettere in dubbio l’adeguatezza dell’analisi classica.”7 Al contrario, secondo Keynes, la graduale riduzione salariale avrebbe indotto i lavoratori a risparmiare di più, deprimendo i consumi e quindi la domanda, e annullando così i supposti effetti positivi del contenimento dei salari.
Keynes comprese cioè che nell’economia di mercato può accadere che si raggiunga una situazione stabile di alta disoccupazione. Può accadere cioè che, una volta licenziati i lavoratori e chiuse un certo numero di imprese, la produzione totale rimanga stabile e che tale produzione venga venduta a chi ha ancora un reddito. Non si tratta quindi di una situazione transitoria, ma di un equilibrio, un equilibrio di sotto-occupazione. E’ contro il mantenimento di questo equilibrio che si concentrerà il lavoro di Keynes.

Lo Stato come propulsore della crescita
Sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente
da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di
una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena
occupazione
– John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

Keynes suggerì quindi che fosse lo Stato a fare ciò che l’economia privata, da sola, non riusciva a fare. In particolare Keynes propose i lavori pubblici come antidoto alla crisi: strade, ferrovie, case.
Oggi potremmo aggiungere: banda larga, assetto del territorio, energie verdi. Tutti questi investimenti pubblici non solo aumenterebbero la domanda, ma occuperebbero anche direttamente centinaia di migliaia o milioni di persone. E’, in effetti, la ricetta che gli Stati Uniti applicarono per affrontare la Grande Depressione.
Keynes inoltre proponeva che lo Stato si occupasse di ciò che il privato non aveva convenienza a produrre e che monitorasse costantemente la situazione economica, non solo agendo sulla tassazione e sul tasso d’interesse, ma anche avendo sempre pronto un piano di investimenti pubblici al fine di riequilibrare il sistema economico tramite l’iniezione di domanda aggiuntiva.
Keynes era ben consapevole infatti dei limiti del capitalismo nell’indirizzare correttamente gli investimenti: “Lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebb’essere di sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun …, mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva o svalutata”9.
Nell’Europa del dopoguerra i governi, in particolare quelli socialdemocratici, sono andati oltre questa concezione. Le aziende di stato e le partecipazioni pubbliche hanno svolto inoltre un ruolo di indirizzo degli investimenti, compresi quelli privati. Molto spesso le aziende di stato sono state i “campioni nazionali” che hanno aiutato la crescita delle economie dei diversi paesi e la loro competitività, anche attraverso l’innesco di fecondi processi di innovazione del tessuto produttivo, che diversamente (a causa dell’incertezza collegata alla redditività dell’investimento in nuove tecnologie) non si sarebbero potuti realizzare. Dagli anni ’80 invece si è assistito ad una costante privatizzazione delle aziende pubbliche, alla dismissione delle partecipazioni statali e alla deregolamentazione dell’economia e della finanza, con il risultato che gli “spiriti animali” hanno ripreso i sopravvento. Dopo 30 anni di liberismo, nella crisi partita nel 2007/2008 sono stati proprio i paesi ad economia mista o comunque con una forte presenza pubblica quelli che meno hanno risentito della grave situazione economica mondiale, tanto che l’Economist nel gennaio del 2012 ha dedicato una copertina all’ “ascesa del capitalismo di stato”.

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Manifeste d’économistes atterrés

25 Feb

Voglio portare l’attenzione sul  Manifeste d’économistes atterrés (Manifesto degli economisti sgomenti) pubblicato da Les Liens qui Libèrent nel 2010. Qui trovate la versione integrale del manifesto in francese e qualche informazione sui signatari (oltre a varie iniziative proposte dagli  economisti atterrés). Qui  trovate invece la traduzione in italiano del manifesto da parte di Sbilanciamoci.info di cui riporto alcuni estratti.

Il Manifesto – che ha raccolto l’adesione di oltre 700 economisti francesi e vasti consensi in altri paesi europei – è un atto d’accusa contro la politica economica dell’Europa, che non ha messo in discussione il dominio della finanza sull’economia reale, continua a seguire le prescrizioni neoliberiste e scarica gli effetti della crisi sulla riduzione della sfera pubblica, con l’effetto di prolungare la recessione e aggravare le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.
Il punto di partenza del Manifesto è la denuncia di dieci “false certezze” che condizionano l’azione politica dell’Unione europea e dei governi nazionali. Tra queste, l’idea che i mercati finanziari siano efficienti e capaci di sostenere la crescita, che spesa e debito pubblico siano responsabili della crisi attuale e che la via d’uscita passi per una loro riduzione che “rassicuri” la finanza globale sulla solidità dell’Europa. Idee che hanno mostrato, soprattutto a partire dalla crisi del 2008, la loro mancanza di fondamento e la loro natura ideologica, e che si sono rivelate fallimentari per le politiche europee.”

Introduzione

Philippe Askenazy, Thomas Coutrot, André Orléan, Henri Sterdyniak

“La ripresa economica mondiale, resa possibile da massicce iniezioni di spesa pubblica nell’economia, è fragile ma reale.
Un continente è rimasto indietro, l’Europa. Ritrovare di nuovo la strada della crescita non rappresenta più una sua priorità. L’Europa ha scelto un’altra strada: la lotta contro i deficit pubblici.
Nell’Unione europea, i deficit sono certamente alti – 7% in media nel 2010 – ma minori dell’11% degli Stati uniti. Mentre i singoli stati statunitensi, il cui peso economico è maggiore di quello della Grecia (come la California), sono virtualmente in bancarotta, i mercati finanziari hanno deciso di speculare sul debito sovrano dei paesi europei, concentrandosi su quello dei paesi del sud. L’Europa si trova di fatto imprigionata nella trappola istituzionale che essa stessa ha creato: gli stati devono ricorrere ai prestiti delle istituzioni finanziarie private che ottengono liquidità a basso costo direttamente dalla Banca centrale europea; in questo modo, i mercati detengono le chiavi del finanziamento degli stati, mentre la mancanza di una rete di solidarietà dei paesi europei dà origine alla speculazione, tanto più in quanto il gioco delle agenzie di rating accentua la sfiducia.
C’è voluto l’abbassamento del rating della Grecia da parte dell’agenzia Moody’s nel giugno 2010 a spingere i leader europei a usare di nuovo il termine “irrazionale”, un termine che essi avevano frequentemente utilizzato all’inizio della crisi dei subprime. In modo simile, ci stiamo accorgendo che la Spagna è minacciata molto più dalla fragilità del suo modello di crescita e del suo sistema bancario che dal livello del suo debito pubblico.
Al fine di “rassicurare i mercati” si è improvvisato un fondo di stabilizzazione per l’euro, mentre piani di tagli alla spesa pubblica tanto drastici quanto indiscriminati sono stati varati in tutta Europa. Il numero di dipendenti pubblici è diminuito ovunque, minacciando la tenuta stessa dei servizi prestati alla collettività. Le prestazioni della previdenza sociale sono state ridotte duramente mentre il livello della disoccupazione e la mancanza della sicurezza del posto di lavoro sono destinati ad aumentare nei prossimi anni. Queste misure sono irresponsabili non solo da un punto di vista politico e sociale, ma anche in termini strettamente economici: esse hanno temporaneamente frenato la speculazione, ma hanno generato conseguenze sociali negative in numerosi paesi europei, specialmente nei confronti dei giovani, dei lavoratori e delle persone più deboli;
esse finiranno per alimentare tensioni in Europa, minacciandone così la costruzione stessa, che è molto di più di un progetto economico. L’economia dovrebbe favorire la costruzione di un continente democratico, pacifico e unito. Invece, una sorta di dittatura del mercato si è imposta ovunque, oggi in modo particolare in Portogallo, Spagna e Grecia, tre paesi che solo 40 anni fa, nei primi anni ’70, si trovavano ancora sotto regimi dittatoriali.
Sia che venga interpretato come “desiderio di rassicurare i mercati” da parte di governi impauriti, sia che venga visto come un pretesto per imporre scelte guidate dall’ideologia, la sottomissione a questa dittatura non è accettabile, essendo ormai provata la sua inefficienza economica e il suo potenziale distruttivo, sia da un punto di vista politico che sociale. È necessario aprire un vero dibattito democratico sulle scelte di politica economica: molti degli economisti che partecipano a dibattiti pubblici lo fanno con il fine di giustificare o razionalizzare la sottomissione delle politiche alle esigenze dei mercati finanziari. È vero che i governi hanno dovuto improvvisare programmi di stimolo keynesiani e in alcuni casi si sono trovati a nazionalizzare le banche in via temporanea. Essi però hanno intenzione di chiudere velocemente questa parentesi.
Il paradigma neoliberista è ancora l’unico a essere riconosciuto come legittimo, nonostante i suoi evidenti fallimenti. Basato sul presupposto di mercati dei capitali efficienti, esso invoca la riduzione della spesa degli stati, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento della flessibilità del mercato del lavoro, la liberalizzazione del commercio, dei servizi finanziari e dei mercati dei capitali, l’aumento del livello della concorrenza in tutti i casi e in ogni luogo.
Come economisti, siamo sgomenti nell’osservare che queste politiche siano ancora nell’agenda dei governi e che le loro basi teoriche non siano state ancora messe in discussione. Gli argomenti avanzati da trent’anni a questa parte per guidare le scelte di politica economica dell’Europa sono stati scalzati dagli eventi. La crisi ha messo a nudo la natura dogmatica e infondata di false certezze ripetute ad nauseam dai governanti e dai loro consiglieri. Che si faccia riferimento all’efficienza e alla razionalità dei mercati finanziari o alla necessità di tagliare la spesa pubblica per ridurre il debito o per rafforzare il Patto di stabilità, è necessario mettere in discussione queste false certezze e illustrare la pluralità delle scelte di politica economica: altre scelte sono possibili e desiderabili, a patto che venga allentata la morsa della finanza sulle politiche pubbliche.
In queste pagine, vogliamo offrire un’analisi critica delle dieci premesse che quotidianamente ispirano le decisioni delle autorità pubbliche in tutta Europa, nonostante siano state smentite dalla crisi finanziaria. Ci sono false certezze che nascondono in realtà misure ingiuste e inefficaci, contro le quali indichiamo 22 controproposte che vorremmo mettere sul tavolo della discussione. Le singole proposte non sono necessariamente sostenute all’unanimità da tutte le persone che hanno sottoscritto il manifesto, ma ognuna deve essere presa in seria considerazione se si vuole guidare l’Europa fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciata.”

Sempre sul debito pubblico italiano

22 Gen

Vorrei dare qualche spunto in più sulla questione debito pubblico italiano. Innanzitutto vi posto il link a un breve articolo del quotidiano online linkiesta (lo stesso articolo da cui è stato tratto uno dei grafici del post precedente)

http://www.linkiesta.it/debito-pubblico-italiano

in cui viene spiegata a grandi linee l’origine del debito pubblico italiano. Una frase tratta dall’articolo che riassume quanto è successo

“Più o meno tutti i Paesi sviluppati hanno visto crescere smisuratamente la spesa pubblica a partire dagli anni Sessanta. Quelli che hanno registrato una crescita delle imposte non troppo distante dalla crescita della spesa, hanno oggi dei debiti contenuti. Altri, invece, hanno speso velocemente, con le imposte che crescevano lentamente. Da qui i grossi deficit, che cumulati, hanno prodotto un gran debito.”

In sostanza le tesi è che a partire dagli anni Sessanta in Italia, cosi’ come in molti paesi, la spesa pubblica è aumentata a fronte di un forte miglioramento dello Stato sociale (sanità, istruzione).  Questo aumento della spesa pubblica non è stato controbilanciato da un equivalente aumento delle tasse e quindi ha portato all’accumularsi di un grosso debito pubblico.  Come si legge nell’articolo l’Italia ha speso più di quanto incassasse fino agli anni ’90 dove vienne raggiunto il pareggio di bilancio (attenzione, pareggio prima del pagamento degli interessi sul debito!), da quel momento l’aumento del debito è sostanzialmente legato al pagamento degli interessi sul debito stesso.

Questo è il link ad un altro articolo, dal giornale  l’Altracittà – giornale della periferia, dove si va un po’ più nel merito della creazione del debito

http://altracitta.org/2011/11/07/come-si-e-formato-il-debito-pubblico-in-italia/

Per avere un’idea degli ordini di grandezza, il debito pubblico italiano ammonta circa a 1900 miliardi di euro e ogni anno l’Italia paga circa 70 miliardi di euro di interessi su questo debito (fonte wikipedia).

In questo grafico, proveniente sempre da linkiesta, è mostrata la torta di spartizione del nostro debito (da confrontare con i dati del post precedente)

http://www.linkiesta.it/chi-detiene-debito-pubblico-italiano-

La domanda più spontanea che mi viene è: “ma a conti fatti chi sono le persone che possiedono il nostro debito?”

Mi sembra che gli interessi che l’Italia paga sul debito siano spropositati (grazie anche al lavoro delle agenzie di rating) e sarebbe importante approfondire questo punto: chi possiede il debito italiano e perché?

L’ultima questione su cui voglio porre l’attenzione è il rapporto debito pubblico – PIL. Da quello che ho capito, un indicatore importante di quanto uno stato è in buona economia è il rapporto debito pubblico -PIL che deve essere basso. In pratica lo stato deve produrre più di quello che spende e quindi in un certo senso puo’ permettersi di avere un debito pubblico alto se produce tanto. Questo concetto mi crea qualche problema. Nel senso che uno stato per essere in buona economia deve aumentare sempre di più la propria produttività. Penso che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in questa visione. L’Italia per esempio ha raggiunto già uno stato di benessere abbastanza elevato, come si puo’ pensare che le persone continuino a comprare sempre di più? Forse il mio è un ragionamento ingenuo che non tiene conto di tanti aspetti, pero’ mi sembra di vedere un baco di fondo del sistema. Aspetto vostri commenti e opinioni su questo punto!

Gaëlle

 

EUROPEAN COMMON GOODS

2 Gen

Cominciamo l’anno con entusiasmo e voglia di cambiamento! Vi posto un articolo molto interessante scritto da Alessandro Politi e Claudia Bettiol e apparso su Limes 6/2011. Articolo di analisi della situazione economica attuale e proposta per rispondere al nostro “Che fare?”. Citando le parole stesse degli autori: “Una guerra economica sta dilaniando l’Eurozona. Dieci attori e quattro ‘arbitri’ (venduti?): altro che mercato. Due risposte: unire i debitori e creare un’Agenzia europea dei beni comuni fondata sull’azionariato popolare. In alternativa, il suicidio”. Ecco il link al blog di Alessandro Politi (ilpoliti.ilcannocchiale.it) dove trovate l’articolo

http://ilpoliti.ilcannocchiale.it/2011/12/09/su_limes_62011_alessandro_poli.html

e il link all’iniziativa European Common Goods, di cui i due autori sono i primi signatari

http://www.europeancommongoods.org/ita.php

Chi sono i due autori? Ecco i link dove trovate qualche nota biografica su Alessandro Politi (linkPoliti) e Claudia Bettiol (linkBettiol).

Gaëlle

Capire il debito pubblico (in qualche minuto)

1 Gen

Quale giorno migliore che il primo giorno dell’anno per dare il via al nostro progetto? E come non cominciare dal video da cui tutto cio’ ebbe inizio? Ecco il video “Capire il debito pubblico (in qualche minuto)” tradotto liberamente (da noi) dal video francese “Comprendre la dette publique (en quelques minutes)”

http://www.youtube.com/watch?v=IpL2eNdQQRA

(per aggiungere i sottotitoli schiacciare su cc in basso a destra del video)

E già cominciamo con uno strappo alle regole, perché il creatore di questo video è anonimo (MrQuelquesMinutes)! Vi linko pero’ la sua pagina web http://www.mrquelquesminutes.fr/index.html#dettepublique_video, dove potete farvi un’idea del personaggio e trovare alcune risposte (rigorosamente in francese!) ad alcuni dubbi ed obiezioni che di sicuro vi verranno in mente. Trovo che questo video sia un interessante spunto di riflessione e un buon punto di partenza per le nostre ricerche. Citando le stesse parole del creatore del video (traduzione libera) “Non avete fiducia al 100% in un video creato da un amatore? Bene! E’ bene avere spirito critico…ora non vi resta che verificare voi stessi le informazioni!”

Gaëlle