Fiducia ?!?

18 Apr

Vorrei fare un piccolo intervento magari un po’ azzardato e perché no… poetico, su un aspetto che secondo me è interessante, magari è una cosa scontata, magari no. Negli ultimi giorni pensandoci bene mi pare che sia di una certa importanza: il ruolo della fiducia in economia.

 Siccome gli agenti economici alla fine, dietro i numeri e i calcoli, sono sempre umani, l’aspetto emotivo, irrazionale e legato alle credenze ha un ruolo preponderante credo.

 La fiducia svolge un ruolo primario nei processi decisionali in generale e a maggior ragione nell’ambito economico. Conferire fiducia in qualcosa ha notevoli implicazioni nel comportamento nostro e nell’ambiente in cui agiamo.

Un aspetto che mi sembra ricorrente in molti esempi di crac finanziari è il fatto che più o meno improvvisamente ci si rende conto, o si inizia a credere, che azioni, titoli di stato, o prodotti finanziari nel cui sottostante era stata riposta fiducia dagli investitori, in realtà non hanno più grande valore. Tipicamente la credenza è giustificata da valutazioni di analisi fondamentale del prodotto finanziario, o anche semplicemente sulle oscillazioni dei prezzi, o su più o meno presunti interventi speculativi. 

Questo processo di sfiducia sembra avvenire come se venisse improvvisamente a mancare qualcosa sotto i piedi o come se ci si accorgesse solo in quel momento che sotto i piedi non c’è più niente. Allora si innesca una serie di vendite a catena da parte degli investitori per liberarsi della “carta straccia”. Ragioni di economia reale o finanziaria, paure, considerazioni di natura politica,  generano l’idea che non sia più opportuno riporre fiducia nei prodotti posseduti. 

La fiducia originariamente conferita al momento dell’acquisto può essere attribuita per varie ragioni,  tutte in parte razionali in parte irrazionali. L’impressione che mi sono fatto è che in molti casi il motivo di certi crolli sia la voglia di accaparrarsi la fiducia di chi compra con l’inganno facendogli credere che sia giusto riporla in un certo prodotto finanziario. Gli effetti di tale comportamento ingannevole e falsificante mi pare siano abbastanza palesi due esempi su tutti: il “taroccamento” dei bilanci della Grecia per l’ingresso in Europa operato da Goldman&Sachs e l’infiltrazione di crediti spazzatura in prodotti finanziari o fondi di investimento nella crisi dei mutui subprime americani.

 Va beh, forse è banale, però la cosa che dovrebbe farci riflettere è che le conseguenze di un simile indirizzo fuorviato della fiducia paiono investire la collettività in modo decisamente potente e dannoso. Mi chiedo se tale inganno sia fatto con studiata consapevolezza o sia solo causato da un’immediata brama di guadagno. Lascio la domanda aperta ma comunque il problema è abbastanza antico. Uno dei massimi esponenti della cultura occidentale, J.W. Goethe, ne ha parlato in uno dei testi classici della letteratura europea: il “Faust”.

A questo link (http://www.beneinst.it/e-book/e-book/J.%20W.%20Goethe%20-%20Faust.pdf) potete trovare una traduzione italiana dell’opera. Da pagina 32 a pagina 36  vi sono i passi in cui viene descritta la “creazione” di fiducia nel valore di un tesoro che in realtà non esiste ad opera di un imperatore a corto di soldi e malignamente consigliato da Faust e Mefistofele.

L’autore poi non dice cosa succederà poi se l’impero prospererà oppure se l’imperatore verrà ghigliottinato dal popolo truffato. (Per i cultori di Goethe: la versione è sicuramente non quella finale bensì una di quelle preliminari. Della traduzione non posso assicurare la bontà. Comunque confrontando con l’edizione definitiva confermo che il senso dei passi considerati è praticamente intatto.)

 Qualcuno può obiettare in modo fondato che la fiducia in qualcosa che non esiste è anche il motore delle utopie, delle grandi creazioni, di imprese straordinarie e forse anche della crescita economica. Mi pare quindi interessante capire quando la fiducia inneschi un processo virtuoso e di crescita oppure quando generi un processo distruttivo e dannoso.  Trovare il discriminante tra i due comportamenti potrebbe veramente risolvere molti problemi:  Idee??? 

 Magari questo è solo un ozioso problema sui massimi sistemi e l’economia e la finanza sono governate da qualcosa che prescinde da tali aspetti. Forse la fiducia non c’entra niente, non può creare ricchezza che non esista già in qualche forma o distruggerla se esistente. Lasciatemi però almeno credere (o avere fiducia, come preferite)  nel fatto che la questione non sia vuota di senso. 

centaurom

 

Uscire dalla crisi con Keynes

26 Feb

Sempre tratto dal Keynes blog: Uscire dalla crisi con Keynes

“Pubblichiamo un testo divulgativo che riassume i principi fondamentali del pensiero economico keynesiano e affronta alcune delle tematiche legate alla situazione attuale, in particolare riguardo la moneta unica europea. Il testo contiene inoltre alcune indicazioni di stampo keynesiano su come uscire dalla crisi economica.”

Riporto due estratti del testo che riguardano il problema della disoccupazione e l’importanza dell’intervento statale nella lotta alla crisi.

I livelli stabili di disoccupazione
I difetti lampanti della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi
– John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

Keynes aveva un assillo: impiegare tutta la forza lavoro nella produzione. In altre parole la piena occupazione. Negli anni ‘30 enormi file di disoccupati andavano a ritirare il sussidio; Keynes si chiedeva come potesse accadere che nessuno si preoccupasse di far produrre qualcosa a quei lavoratori, piuttosto che pagare loro una piccola cifra per non fare nulla. Non era solo ingiusto per loro, era uno spreco per l’intera società.
Fino ad allora però nessuno aveva spiegato come fosse possibile l’assenza di piena occupazione, ovvero che tutti coloro che cercavano un lavoro potessero trovarlo. La teoria economica classica non prevedeva una possibilità del genere. Essa sosteneva che il mercato, da solo, avrebbe riportato la situazione alla piena occupazione. Ma questo non si vedeva negli anni
della Grande Depressione. Non c’era nessun “rimbalzo”, ma una disoccupazione persistente.
Gli economisti classici indicarono quindi nei sindacati i responsabili della disoccupazione: i lavoratori non accettavano salari più bassi in modo che le aziende potessero ridurre i propri costi, favorendo la ripresa. Keynes sostenne che la critica non era fondata: “Non è chiaramente sostenuta dai fatti l’opinione che la disoccupazione che caratterizza uno stato di depressione sia dovuta al rifiuto da parte dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari. […] I lavoratori non sono affatto più esigenti nella depressione che nella prosperità, al contrario […] Questi fatti dell’esperienza costituiscono un primo motivo per mettere in dubbio l’adeguatezza dell’analisi classica.”7 Al contrario, secondo Keynes, la graduale riduzione salariale avrebbe indotto i lavoratori a risparmiare di più, deprimendo i consumi e quindi la domanda, e annullando così i supposti effetti positivi del contenimento dei salari.
Keynes comprese cioè che nell’economia di mercato può accadere che si raggiunga una situazione stabile di alta disoccupazione. Può accadere cioè che, una volta licenziati i lavoratori e chiuse un certo numero di imprese, la produzione totale rimanga stabile e che tale produzione venga venduta a chi ha ancora un reddito. Non si tratta quindi di una situazione transitoria, ma di un equilibrio, un equilibrio di sotto-occupazione. E’ contro il mantenimento di questo equilibrio che si concentrerà il lavoro di Keynes.

Lo Stato come propulsore della crescita
Sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente
da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di
una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena
occupazione
– John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

Keynes suggerì quindi che fosse lo Stato a fare ciò che l’economia privata, da sola, non riusciva a fare. In particolare Keynes propose i lavori pubblici come antidoto alla crisi: strade, ferrovie, case.
Oggi potremmo aggiungere: banda larga, assetto del territorio, energie verdi. Tutti questi investimenti pubblici non solo aumenterebbero la domanda, ma occuperebbero anche direttamente centinaia di migliaia o milioni di persone. E’, in effetti, la ricetta che gli Stati Uniti applicarono per affrontare la Grande Depressione.
Keynes inoltre proponeva che lo Stato si occupasse di ciò che il privato non aveva convenienza a produrre e che monitorasse costantemente la situazione economica, non solo agendo sulla tassazione e sul tasso d’interesse, ma anche avendo sempre pronto un piano di investimenti pubblici al fine di riequilibrare il sistema economico tramite l’iniezione di domanda aggiuntiva.
Keynes era ben consapevole infatti dei limiti del capitalismo nell’indirizzare correttamente gli investimenti: “Lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebb’essere di sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun …, mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva o svalutata”9.
Nell’Europa del dopoguerra i governi, in particolare quelli socialdemocratici, sono andati oltre questa concezione. Le aziende di stato e le partecipazioni pubbliche hanno svolto inoltre un ruolo di indirizzo degli investimenti, compresi quelli privati. Molto spesso le aziende di stato sono state i “campioni nazionali” che hanno aiutato la crescita delle economie dei diversi paesi e la loro competitività, anche attraverso l’innesco di fecondi processi di innovazione del tessuto produttivo, che diversamente (a causa dell’incertezza collegata alla redditività dell’investimento in nuove tecnologie) non si sarebbero potuti realizzare. Dagli anni ’80 invece si è assistito ad una costante privatizzazione delle aziende pubbliche, alla dismissione delle partecipazioni statali e alla deregolamentazione dell’economia e della finanza, con il risultato che gli “spiriti animali” hanno ripreso i sopravvento. Dopo 30 anni di liberismo, nella crisi partita nel 2007/2008 sono stati proprio i paesi ad economia mista o comunque con una forte presenza pubblica quelli che meno hanno risentito della grave situazione economica mondiale, tanto che l’Economist nel gennaio del 2012 ha dedicato una copertina all’ “ascesa del capitalismo di stato”.

Manifeste d’économistes atterrés

25 Feb

Voglio portare l’attenzione sul  Manifeste d’économistes atterrés (Manifesto degli economisti sgomenti) pubblicato da Les Liens qui Libèrent nel 2010. Qui trovate la versione integrale del manifesto in francese e qualche informazione sui signatari (oltre a varie iniziative proposte dagli  economisti atterrés). Qui  trovate invece la traduzione in italiano del manifesto da parte di Sbilanciamoci.info di cui riporto alcuni estratti.

Il Manifesto – che ha raccolto l’adesione di oltre 700 economisti francesi e vasti consensi in altri paesi europei – è un atto d’accusa contro la politica economica dell’Europa, che non ha messo in discussione il dominio della finanza sull’economia reale, continua a seguire le prescrizioni neoliberiste e scarica gli effetti della crisi sulla riduzione della sfera pubblica, con l’effetto di prolungare la recessione e aggravare le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.
Il punto di partenza del Manifesto è la denuncia di dieci “false certezze” che condizionano l’azione politica dell’Unione europea e dei governi nazionali. Tra queste, l’idea che i mercati finanziari siano efficienti e capaci di sostenere la crescita, che spesa e debito pubblico siano responsabili della crisi attuale e che la via d’uscita passi per una loro riduzione che “rassicuri” la finanza globale sulla solidità dell’Europa. Idee che hanno mostrato, soprattutto a partire dalla crisi del 2008, la loro mancanza di fondamento e la loro natura ideologica, e che si sono rivelate fallimentari per le politiche europee.”

Introduzione

Philippe Askenazy, Thomas Coutrot, André Orléan, Henri Sterdyniak

“La ripresa economica mondiale, resa possibile da massicce iniezioni di spesa pubblica nell’economia, è fragile ma reale.
Un continente è rimasto indietro, l’Europa. Ritrovare di nuovo la strada della crescita non rappresenta più una sua priorità. L’Europa ha scelto un’altra strada: la lotta contro i deficit pubblici.
Nell’Unione europea, i deficit sono certamente alti – 7% in media nel 2010 – ma minori dell’11% degli Stati uniti. Mentre i singoli stati statunitensi, il cui peso economico è maggiore di quello della Grecia (come la California), sono virtualmente in bancarotta, i mercati finanziari hanno deciso di speculare sul debito sovrano dei paesi europei, concentrandosi su quello dei paesi del sud. L’Europa si trova di fatto imprigionata nella trappola istituzionale che essa stessa ha creato: gli stati devono ricorrere ai prestiti delle istituzioni finanziarie private che ottengono liquidità a basso costo direttamente dalla Banca centrale europea; in questo modo, i mercati detengono le chiavi del finanziamento degli stati, mentre la mancanza di una rete di solidarietà dei paesi europei dà origine alla speculazione, tanto più in quanto il gioco delle agenzie di rating accentua la sfiducia.
C’è voluto l’abbassamento del rating della Grecia da parte dell’agenzia Moody’s nel giugno 2010 a spingere i leader europei a usare di nuovo il termine “irrazionale”, un termine che essi avevano frequentemente utilizzato all’inizio della crisi dei subprime. In modo simile, ci stiamo accorgendo che la Spagna è minacciata molto più dalla fragilità del suo modello di crescita e del suo sistema bancario che dal livello del suo debito pubblico.
Al fine di “rassicurare i mercati” si è improvvisato un fondo di stabilizzazione per l’euro, mentre piani di tagli alla spesa pubblica tanto drastici quanto indiscriminati sono stati varati in tutta Europa. Il numero di dipendenti pubblici è diminuito ovunque, minacciando la tenuta stessa dei servizi prestati alla collettività. Le prestazioni della previdenza sociale sono state ridotte duramente mentre il livello della disoccupazione e la mancanza della sicurezza del posto di lavoro sono destinati ad aumentare nei prossimi anni. Queste misure sono irresponsabili non solo da un punto di vista politico e sociale, ma anche in termini strettamente economici: esse hanno temporaneamente frenato la speculazione, ma hanno generato conseguenze sociali negative in numerosi paesi europei, specialmente nei confronti dei giovani, dei lavoratori e delle persone più deboli;
esse finiranno per alimentare tensioni in Europa, minacciandone così la costruzione stessa, che è molto di più di un progetto economico. L’economia dovrebbe favorire la costruzione di un continente democratico, pacifico e unito. Invece, una sorta di dittatura del mercato si è imposta ovunque, oggi in modo particolare in Portogallo, Spagna e Grecia, tre paesi che solo 40 anni fa, nei primi anni ’70, si trovavano ancora sotto regimi dittatoriali.
Sia che venga interpretato come “desiderio di rassicurare i mercati” da parte di governi impauriti, sia che venga visto come un pretesto per imporre scelte guidate dall’ideologia, la sottomissione a questa dittatura non è accettabile, essendo ormai provata la sua inefficienza economica e il suo potenziale distruttivo, sia da un punto di vista politico che sociale. È necessario aprire un vero dibattito democratico sulle scelte di politica economica: molti degli economisti che partecipano a dibattiti pubblici lo fanno con il fine di giustificare o razionalizzare la sottomissione delle politiche alle esigenze dei mercati finanziari. È vero che i governi hanno dovuto improvvisare programmi di stimolo keynesiani e in alcuni casi si sono trovati a nazionalizzare le banche in via temporanea. Essi però hanno intenzione di chiudere velocemente questa parentesi.
Il paradigma neoliberista è ancora l’unico a essere riconosciuto come legittimo, nonostante i suoi evidenti fallimenti. Basato sul presupposto di mercati dei capitali efficienti, esso invoca la riduzione della spesa degli stati, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento della flessibilità del mercato del lavoro, la liberalizzazione del commercio, dei servizi finanziari e dei mercati dei capitali, l’aumento del livello della concorrenza in tutti i casi e in ogni luogo.
Come economisti, siamo sgomenti nell’osservare che queste politiche siano ancora nell’agenda dei governi e che le loro basi teoriche non siano state ancora messe in discussione. Gli argomenti avanzati da trent’anni a questa parte per guidare le scelte di politica economica dell’Europa sono stati scalzati dagli eventi. La crisi ha messo a nudo la natura dogmatica e infondata di false certezze ripetute ad nauseam dai governanti e dai loro consiglieri. Che si faccia riferimento all’efficienza e alla razionalità dei mercati finanziari o alla necessità di tagliare la spesa pubblica per ridurre il debito o per rafforzare il Patto di stabilità, è necessario mettere in discussione queste false certezze e illustrare la pluralità delle scelte di politica economica: altre scelte sono possibili e desiderabili, a patto che venga allentata la morsa della finanza sulle politiche pubbliche.
In queste pagine, vogliamo offrire un’analisi critica delle dieci premesse che quotidianamente ispirano le decisioni delle autorità pubbliche in tutta Europa, nonostante siano state smentite dalla crisi finanziaria. Ci sono false certezze che nascondono in realtà misure ingiuste e inefficaci, contro le quali indichiamo 22 controproposte che vorremmo mettere sul tavolo della discussione. Le singole proposte non sono necessariamente sostenute all’unanimità da tutte le persone che hanno sottoscritto il manifesto, ma ognuna deve essere presa in seria considerazione se si vuole guidare l’Europa fuori dal vicolo cieco in cui si è cacciata.”

16 Feb

Vista l’impronta, almeno per certi versi, fortemente liberalista delle riforme per la ripresa dalla crisi, mi pare cosa buona e giusta ribloggare questo post preso da keynesblog.wordpress.com contenente un’intervista all’economista John Maynard Keynes. Fu applicando le sue teorie che Roosevelt risollevò le sorti degli USA dopo il ’29.

Keynes blog

 

Senzanome

Una conversazione radiofonica tra Keynes e Sir Josiah Stamp sulla stupidità dei governi nazionali nell’imporre sacrifici. Il dialogo fu trasmesso dalla BBC il 4 gennaio 1933. Sebbene siano passati 80 anni da allora, questa intervista risulta di straordinaria attualità e dimostra come le idee sbagliate siano così dure a morire. 

Keynes, adottando l’approccio macroeconomico, smonta una per una le tesi del partito dell’austerità, in particolare quella per cui lo Stato deve risparmiare (come farebbe una famiglia) per ripagare i propri debiti, ma anche l’idea tipicamente neoclassica che dalla crisi si possa uscire grazie all’azione individuale nel libero mercato. Se qualcuno se lo chiedesse, nell’anno in cui Keynes rilasciava questa intervista il debito pubblico britannico sfiorava il 180% sul Pil. Il testo è stato pubblicato da Manifestolibri (1996). 

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S&P 2

5 Feb

Nuovo articolo sul tema “agenzie di notazione”, ancora una volta liberamente tradotto a partire da una versione in  francese apparsa sul Courrier International (n° 1108 del 26/01/2012). Si tratta dell’articolo No all’ingerenza americana! di Cerstin Gammelin, apparso sul Süddeutsche Zeitung. In questo articolo si giudica una forzatura inammissibile la degradazione della notazione di nove paesi da parte dell’agenzia Standard & Poor’s, che opera una divisione Nord-Sud della zona euro.

La Süddeutsche Zeitung è uno dei più importanti quotidiani tedeschi. Viene stampato a Monaco di Baviera dal 1945 ed è vicino alle posizioni dei liberali ma con grande attenzione ai temi sociali. Vende circa 430.000 copie al giorno. (http://it.wikipedia.org/wiki/S%C3%BCddeutsche_Zeitung)

La situazione diventa seria. Abbassando la valutazione di 9 paesi su 17 [il 13 gennaio]. L’onnipotente agenzia americana Standard & Poor’s ha lanciato contro l’Europa un attacco generalizzato, tanto audace quanto contraddittorio, e ha lasciato intendere che altre degradazioni potranno seguire nel corso dell’anno. Una società quasi monopolistica  minaccia di prendersela con governi democraticamente eletti. Raramente si era vista una tale sfacciataggine.

Questa decisione getta nuova luce sulle relazioni tra le nazioni alle prese con la crisi e i guardiani autoproclamati della solvibilità. Standard & Poor’s vuole assolutamente immischiarsi negli affari europei. L’agenzia americana è partita all’attacco di sua propria iniziativa, senza che nulla gli sia stato richiesto, e con perfetto tempismo visto che che i dirigenti europei si devono riunire a Bruxelles il 30 gennaio. Il messaggio è chiaro: fate quel che vi viene detto, non avete scelta. L’agenzia di notazione non teme di mettere i paesi della zona euro sullo stesso piano dei paesi in via di sviluppo. Apparentemente , gli investitori che piazzano il loro denaro in Italia o in Spagna si prendono gli stessi rischi che se decidessero di investire in India, in Colombia o alle Bahamas. Questo ragionamento è tanto assurdo quanto grottesco. Resta da vedere se questo giudizio delle agenzie avrà degli effetti concreti sul mercato finanziario. Lo sapremo solo quando i paesi coinvolti lanceranno sul mercato nuovi titoli di Stato.
Il vero pericolo è causato tuttavia da un altro aspetto: l’agenzia di notazione non si è soltanto accontentata di dare la sua opinione sui piazzamenti più sicuri per gli investitori, ma si è addirittura lanciata in un tentativo di ingerenza diretta negli affari europei. Questo non è il compito di un’agenzia di notazione. Gli Americani tentano sempre più apertamente di costringere gli Europei ad adottare le loro stesse logiche economiche e finanziarie, ossia produrre nuova moneta ogni qualvolta lo si ritenga necessario, che sia per correre in aiuto alle banche, o per instaurare una politica di reflazione². I paesi che si oppongono vedono il proprio rating diminuire.
Per quanto gli specialisti americani dicano di aver tenuto conto della crisi politica latente in Europa, dell’adozione di numerose riforme e misure economiche, così come dell’esistenza di un fondo di stabilità destinato a venire in aiuto ai paesi più fragili, sembrerebbe che non gli sia tutto chiaro. A loro parere, queste misure son troppo complicate, il Fondo europeo avrebbe troppi pochi soldi a disposizione e gli Europei si affiderebbero troppo al risparmio e troppo poco agli incentivi al bilancio. L’azione della Banca Centrale Europea (BCE), al contrario, è stata ben accolta dalle agenzie di notazione. Riscattando enormi porzioni del debito dei paesi più instabili, la BCE avrebbe permesso loro di non sprofondare. Dando prova di una notevole flessibilità, La BCE ha anche permesso loro di prendere in prestito miliardi a tassi ridotti. Le agenzie di rating hanno tutto l’interesse che la BCE mantenga il suo tasso direttore d’interesse° soltanto all’1% – con o senza inflazione -, perché questo dovrebbe permettere alle imprese di trovare dei finanziamenti a buon mercato e quindi di creare posti di lavoro.
Più la BCE si accosta al modello finanziario ed economico americano, più le agenzie si mostrano concilianti. Detto in altro modo, finché gli Europei non si conformeranno ai criteri delle agenzie, il loro rating sarà abbassato, e, una volta che queste degradazioni avranno infine causato la rovina di diversi paesi e fatto crollare la zona euro, bisognerà vederci solo danni collaterali e una logica  conseguenza di questa disobbedienza.
Standanrd & Poor’s è già riuscita a seminar la zizzania tra i membri della zona Euro. La Germania è lo studente modello che tutti detestano; malgrado tutti i loro sforzi gli Italiani non son che dei mascalzoni, e la Francia sembra sempre in ritardo sulla Germania. È già da un po’ che le agenzie di notazione prospettano uno scenario molto temuto da tanti politici: la frattura della moneta unica in un Euro del Nord e un Euro del Sud. Le agenzie americane dividono l’Europa. Si osservi inoltre come la zona euro conti ormai solo 16 paesi: la Grecia – mai menzionata – non sembra già più farne parte.
I governi europei posso scegliere tra due alternative: possono fare il gioco delle agenzie di notazione e seguirne le istruzioni, pensando ossessivamente al loro rating; oppure possono trarre insegnamento dalla storia e riformare questo sistema di valutazione risalente ormai al secolo scorso. Il monopolio delle tre grandi agenzie di notazione appartiene al passato. Queste ultime dovrebbero esser obbligate a render conto del proprio operato e a rivedere la loro scala di rating. Altrimenti questo gioco può continuare a lungo, fino al giorno in cui tutti i paesi avranno perduto la loro solvibilità. Se non altro, a quel punto, potremo sbarazzarci delle agenzie.

²reflazione: Nel linguaggio economico, moderata nuova inflazione successiva alla deflazione innescata dalla iniezione di una maggior quantità di moneta, e che si accompagna solitamente a una ripresa economica. (fonte Treccani online)

°tasso direttore di interesse: I tassi direttori sono i tassi d’interesse fissati giorno per giorno dalla banca centrale di un paese o di un unione monetaria, e che permettono a quest’ultima di regolare l’attività economica. (fonte Wikipedia.fr)

 

garcia madero

S&P

30 Gen

Posto una traduzione libera di un estratto dell’articolo “No actuamos por capricho” del giornalista Miguel Angel Noceda apparso sul quotidiano spagnolo El País che descrive (senza prendere posizioni marcate) il funzionamento delle agenzie di rating, ed in particolare della filiale di Madrid di Standard and Poor’s. Con una media di 457.675 copie giornaliere El País è il periodico non sportivo a maggior diffusione in Spagna (http://it.wikipedia.org/wiki/El_Pa%C3%ADs).

L’articolo è stato tradotto a partire da una versione in  francese apparsa sul Courrier International (n° 1108 del 26/01/2012). Il Courrier International è un settimanale francese che traduce e pubblica estratti di articoli da oltre 900 riviste e giornali internazionali. (http://it.wikipedia.org/wiki/Courrier_International)

A questo link potete trovare la versione originale (in spagnolo) dell’articolo completo: http://www.elpais.com/articulo/economia/actuamos/capricho/elpepueco/20120115elpepieco_4/Tes

Per diventare analista [in Standard and Poor’s, ndt] sono necessari un’eccellente formazione sui mercati e diversi anni di esperienza in analisi finanziaria. Indipendentemente dalla sua esperienza, affinché un neoassunto possa lavorare come analista deve superare due esami che certifichino la sua padronanza delle tecniche per l’analisi di ogni tipo di patrimoni, così come le sue conoscenze approfondite nel settore in cui va specializzandosi. L’inglese è la lingua ufficiale sul lavoro, ma non è raro che gli analisti siano trilingui.
Dopo la loro assunzione, passano spesso da un servizio all’altro, ma molto raramente da un’agenzia di rating all’altra. Una volta entrati in questo settore è difficile uscirne e i più vecchi hanno tra i 35 e i 55 anni. Queste società impongono ai loro analisti un codice di comportamento molto rigido: non possono ricevere regali, né discutere compensi, ne prendere decisioni unilaterali.
Le agenzie di rating sono delle società private quotate in borsa (McGraw-Hill nel caso della sua filiale S&P) e cercano prima di tutto il profitto. S&P e Moody’s, che si contendono il primo posto, e Fitch, il terzo incomodo, si spartiscono il 95% dell’attività del settore. Il miliardario americano Warren Buffet controlla il 10% di Moody’s, ma in linea di massima il capitale delle agenzie è suddiviso tra numerosi fondi di investimento, spesso gli stessi per le diverse agenzie. Questa situazione, così come la loro posizione oligopolistica, hanno insinuato il dubbio di influenza sulle agenzie di rating da parte di questi fondi di investimento. Per quanto queste ultime neghino  categoricamente, che ci siano degli interessi comuni è evidente.
Le tre agenzie hanno una sede centrale a New York, un’altra in Europa a Londra, oltre a numerose filiali (di cui una a Madrid), e funzionano come dei vasi comunicanti. “Le equipe son molto assodate, e nessuno lavora per i fatti suoi” spiega Myriam Heredia². Per quanto riguarda i debiti pubblici degli stati, per la valutazione vengono presi in considerazione cinque fattori: la stabilità politica, la situazione economica, la liquidità finanziaria, le politiche fiscali e monetarie. A ciascuno di questi fattori viene attribuita una valutazione da 1 a 6, dove 1 è il voto migliore. A partire da questa tabella si stabilisce quindi il rating definitivo, che va dalla tripla A all’insolvenza [default]. Il rating si fa su richiesta del cliente e valuta la sua capacità di rimborsare il suo debito al momento dovuto. Nel caso del debito pubblico, sono quindi i governi che sollecitano questa valutazione. Ci son tuttavia delle eccezioni. Infatti le agenzie effettuano di propria iniziativa il rating delle grandi potenze: la Francia se ne è appena resa dolorosamente conto. In questo modo le agenzie rendono un servizio agli investitori, che sono in sostanza i principali utenti e i primi a domandare questi rating. Inoltre, a causa del metodo utilizzato, c’è bisogno di conoscere la valutazione di un paese per poter analizzare tutte le altre entità situate in questo paese. Il modus operandi è tra i più semplici. Due analisti propongono una valutazione alla commissione di cui fanno parte, composta da altri provetti analisti. Le comunicazioni avvengono per telefono o videoconferenza. La commissione è formata da un numero dispari di persone, generalmente cinque o sette; nessun membro ha più potere degli altri, e la composizione non è mai resa pubblica.
Il verdetto della commissione viene quindi comunicato al cliente e, secondo le norme in vigore in Europa, questa decisione deve restare confidenziale per le prime dodici ore. Una volta assegnata la valutazione, almeno una volta all’anno viene controllata e rivista. Il numero di revisioni aumenta in periodi di instabilità, come ad esempio nel periodo attuale.
In questo modo, il 13 gennaio 2012, nove paesi si son visti degradare la propria valutazione. Una decisione definita “aberrante” da Bruxelles. “Per il rating si prospetta ancora  una lunga vita”, insorge Myriam Fernàndez de Heredia. É probabile che Heredia abbia, in quanto responsabile per l’Europa del rating degli stati e del settore pubblico, partecipato all’ultima commissione sul debito pubblico, ma la composizione della commissione resta confidenziale.

² Myriam Fernàndez de Heredia (la sola spagnola ai vertici di S&P), intervistata dall’autore dell’articolo.

Garcia Madero

Sempre sul debito pubblico italiano

22 Gen

Vorrei dare qualche spunto in più sulla questione debito pubblico italiano. Innanzitutto vi posto il link a un breve articolo del quotidiano online linkiesta (lo stesso articolo da cui è stato tratto uno dei grafici del post precedente)

http://www.linkiesta.it/debito-pubblico-italiano

in cui viene spiegata a grandi linee l’origine del debito pubblico italiano. Una frase tratta dall’articolo che riassume quanto è successo

“Più o meno tutti i Paesi sviluppati hanno visto crescere smisuratamente la spesa pubblica a partire dagli anni Sessanta. Quelli che hanno registrato una crescita delle imposte non troppo distante dalla crescita della spesa, hanno oggi dei debiti contenuti. Altri, invece, hanno speso velocemente, con le imposte che crescevano lentamente. Da qui i grossi deficit, che cumulati, hanno prodotto un gran debito.”

In sostanza le tesi è che a partire dagli anni Sessanta in Italia, cosi’ come in molti paesi, la spesa pubblica è aumentata a fronte di un forte miglioramento dello Stato sociale (sanità, istruzione).  Questo aumento della spesa pubblica non è stato controbilanciato da un equivalente aumento delle tasse e quindi ha portato all’accumularsi di un grosso debito pubblico.  Come si legge nell’articolo l’Italia ha speso più di quanto incassasse fino agli anni ’90 dove vienne raggiunto il pareggio di bilancio (attenzione, pareggio prima del pagamento degli interessi sul debito!), da quel momento l’aumento del debito è sostanzialmente legato al pagamento degli interessi sul debito stesso.

Questo è il link ad un altro articolo, dal giornale  l’Altracittà – giornale della periferia, dove si va un po’ più nel merito della creazione del debito

http://altracitta.org/2011/11/07/come-si-e-formato-il-debito-pubblico-in-italia/

Per avere un’idea degli ordini di grandezza, il debito pubblico italiano ammonta circa a 1900 miliardi di euro e ogni anno l’Italia paga circa 70 miliardi di euro di interessi su questo debito (fonte wikipedia).

In questo grafico, proveniente sempre da linkiesta, è mostrata la torta di spartizione del nostro debito (da confrontare con i dati del post precedente)

http://www.linkiesta.it/chi-detiene-debito-pubblico-italiano-

La domanda più spontanea che mi viene è: “ma a conti fatti chi sono le persone che possiedono il nostro debito?”

Mi sembra che gli interessi che l’Italia paga sul debito siano spropositati (grazie anche al lavoro delle agenzie di rating) e sarebbe importante approfondire questo punto: chi possiede il debito italiano e perché?

L’ultima questione su cui voglio porre l’attenzione è il rapporto debito pubblico – PIL. Da quello che ho capito, un indicatore importante di quanto uno stato è in buona economia è il rapporto debito pubblico -PIL che deve essere basso. In pratica lo stato deve produrre più di quello che spende e quindi in un certo senso puo’ permettersi di avere un debito pubblico alto se produce tanto. Questo concetto mi crea qualche problema. Nel senso che uno stato per essere in buona economia deve aumentare sempre di più la propria produttività. Penso che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in questa visione. L’Italia per esempio ha raggiunto già uno stato di benessere abbastanza elevato, come si puo’ pensare che le persone continuino a comprare sempre di più? Forse il mio è un ragionamento ingenuo che non tiene conto di tanti aspetti, pero’ mi sembra di vedere un baco di fondo del sistema. Aspetto vostri commenti e opinioni su questo punto!

Gaëlle